Di Maria Luisa Abate. Parma, Teatro Due. Duelli a fil di parola. Rivive il 600 libertino della scrittrice esponente ante litteram del women power.
Lo spettacolo è stata la punta dell’iceberg di una complessa operazione di studio e riscoperta su una figura della drammaturgia seicentesca famosa alla sua epoca, che ha attraversato un lungo periodo di oblio e che dal secolo scorso è stata meritatamente riscoperta ma non è ancora sufficientemente conosciuta: Aphra Behn. Un palinsesto articolato formato da un convegno internazionale, letture dal vivo, la messa in scena del suo titolo più famoso, e che si è esteso ai banchi universitari, alle sale, alle tavole del palcoscenico. Il tutto unito dal comune denominatore della qualità artistica e accademica, e dall’approccio accattivante.

Il Teatro Due di Parma ha ancora una volta colpito nel segno per la completezza della proposta che ha costituito uno dei fiori all’occhiello del cartellone 24-25. Riunito sotto al titolo “L’imperatrice della luna” è stato presentato un variegato focus su «la prima autrice professionista della letteratura inglese, spia per conto del Re d’Inghilterra, propagandista politica vissuta nel XVII secolo». In realtà, come è stato ricordato nel corso degli interventi del Convegno Internazionale organizzato in collaborazione con l’Università di Parma, e che ha visto assieme al pubblico la presenza di molti studenti e studentesse, non tutte le notizie sull’autrice sono storicamente comprovate anche se sufficientemente attendibili.
Un alone di mistero che ha aumentato il fascino di questa figura estremamente complessa, un caso quasi unico per l’epoca. Nata nel Kent, infanzia nel Suriname, morta a Londra, utilizzò il nome in codice Astrea per i suoi servizi di “intelligence” al Re Carlo II. Finita in prigione per debiti (in realtà era il Re a non aver saldato il suo compenso), rimasta vedova di un olandese, iniziò a scrivere per guadagnarsi da vivere e divenne la prima donna a esercitare questa attività per lavoro, essendo pagata. Fu un’esponente dell’emancipazione intellettuale femminile in un mondo misogino sia dal punto di vista sociale che teatrale, collocabile dopo la decapitazione di Carlo I e dopo il puritanesimo di Cromwell, col ritorno degli Stuart sul trono.

Fascino e curiosità nei confronti della scrittrice così come per l’allestimento in prima nazionale de L’avventuriero (titolo originale The rover) del 1677, su una nuova traduzione del testo appositamente commissionata a Luca Scarlini, presente anche al convegno con un intervento in linea col suo stile sarcastico e di spietata lucidità. Adoriamo Scarlini anche se, lo confessiamo, il nostro idolo è l’immenso Masolino D’Amico, che ha tenuto una prolusione sul “Teatro della Restaurazione” entrando in dettagli concreti e spiegando ad esempio come fossero strutturate le scenografie all’epoca e da quali parti e in quali modi gli attori facessero il loro pomposo ingresso in scena.
Tornando allo spettacolo, non può essere sottaciuto il risultato di aver registrato grande affluenza in tutte le repliche, susseguitesi in un numero davvero importante. Altro merito è l’aver messo in scena questo titolo con diciotto attrici e attori. A causa dei costi elevati infatti, oggigiorno siamo purtroppo abituati a vedere pièce condensate ai tre o quattro personaggi principali. La recita è durata poco meno di tre ore (a fronte dell’ora e mezza diventata oggigiorno assurda regola) e abbiamo così potuto assaporare l’esperienza, anzi il concetto stesso dell’andare a teatro come avveniva in tempi non caratterizzati dalla fretta, quando questo era l’unico mezzo di divertimento.

LA RECENSIONE DELLO SPETTACOLO: L’AVVENTURIERO (THE ROVER)
Avvolti dalla penombra siamo entrati nella sala “Bignardi”, una delle tante presenti in questa labirintica “cittadella” teatrale nel cuore di Parma, solo pochi attimi prima dell’inizio. Il parterre era destinato a spazio scenico e abbiamo trovato posto sulle gradinate laterali, trovandoci frequentemente a una spanna dagli interpreti, a sottolineare lo status di recita, in cui il pubblico ha rivestito un ruolo nell’economia della finzione teatrale.
Sul pavimento era stesa una donna in abito e cuffietta bianca: una novizia nell’atto di contrizione prima di prendere i voti. Ma non è così che è andata, non è così che la giovane Elena voleva vivere. A scontrarsi, a duellare a fil di spada e a battersi a suon di parole, sono state le idee. Aphra Behn era un’esponente ante litteram del women power. In questo testo ha rivendicato la libertà per le donne di pensare, di poter scegliere, di vivere alla pari degli uomini. Virtù e vizi compresi. Libertà di dar voce ai propri istinti, alle pulsioni tra cui quelle dettate dall’eros come atto schietto e naturale, in un gioco di sottile seduzione da un lato e dall’altro un braccio di ferro con la parte maschile.

La trama si svolgeva sulla falsariga della consequenzialità istinto – attrazione – seduzione – nozze, dove sia le schermaglie amorose sia il matrimonio, con un uomo oppure con la Chiesa, sono imposti alle figlie dal padre. Però l’autrice la scardina, non dall’esterno ma dall’interno. Il meccanismo consueto implode quando la scrittrice sovverte la falsa morale della società, riscrive le regole dell’amore tanto mentale quanto passionale facendone un inno gioioso al libertinaggio che non conosce distinzione di genere. In un ritmo spumeggiante, fatto proprio dalla regia di Giacomo Giuntini, si sono susseguiti colpi di scena, macchinazioni, equivoci in un tourbillon divertente dai risvolti boccacceschi ma non solo, con risalto, in termini sempre ludici, alle tipologie umane.

Le labbra con rossetto a specchio usate nelle locandine (annuncio vedi qui) hanno trovato declinazione nelle immagini fotografiche collocate a mo’ di insegne sulla parete esterna dell’abitazione della cortigiana per attrarre i clienti. Erano il solo elemento moderno inserito in questo allestimento che per il resto ha restituito il fascino intramontabile della classicità, mai polverosa, mai didascalica, sempre fresca e vivace. Sul fondo, una struttura lignea richiamava il Globe Theatre di Shakespeare: il Bardo visse tra il 1564 e il 1616; poco dopo la nostra autrice Aphra Behn, dal 1640 al 1689. Gli ingressi in scena di attori e attrici e delle “macchine teatrali” (un muro, un letto, una vasca da bagno…) sono avvenuti sui quattro lati, compresa la porta di accesso degli spettatori.

Tra le luci sempre piuttosto basse che accendevano focus precisi (di Luca Bronzo) il pubblico si è trovato immerso nella Napoli della metà del XVII secolo sotto la dominazione spagnola, durante il Carnevale, quando in città erano giunti quattro gentiluomini inglesi in cerca di avventure e di piaceri. I costumi (di Andrea Sorrentino), strutturati, sontuosi, estrosi, hanno costituito uno degli elementi vincenti di questa produzione (molto intelligente l’aver salvato elementi identificativi anche quando i personaggi erano travestiti, così da poterli riconoscere agevolmente). I volti erano truccati come se le figure fossero uscite da dipinti d’epoca, e le acconciature erano elaborate. Non ultime le magnifiche maschere carnascialesche che, pur storicamente attendibili, nella loro creatività hanno splendidamente strizzato l’occhio a quelle di moderni cosplay. Quindi un doppio filo registico sovrapposto tra la verosimiglianza storica e le suggerite (non espresse) similitudini con l’oggi; elementi che hanno contribuito a far acquisire al pubblico la percezione della modernità dell’autrice.

Maschere e costumi hanno pertanto rivestito un ruolo determinante nella costruzione della caratterialità multiforme dei personaggi, dalle psicologie complesse e non univoche. Favorendo così il compito ad attori e attrici, autenticamente dei fuoriclasse nell’interpretazione che ha richiesto anche un grande sforzo fisico visto che hanno corso a perdifiato su è già dai gradini per quasi tre ore, e sono stati impegnati in atletici duelli, istruiti da colui che è considerato il maestro d’armi italiano per antonomasia: Renzo Musumeci Greco il quale, ha spiegato egli stesso, si è preso una libertà storica sulla foggia delle lame in favore della loro leggerezza e maneggiabilità.
Lucia Lavia, figlia d’arte il cui cognome rimanda al padre mentre i tratti somatici alla madre, e che personalmente avevamo già applaudito in altre circostanze per la profondità e intensità del suo approccio, era Elena la figlia che l’aristocratico padre aveva destinata al convento e che invece, d’indole ribelle e carattere deciso, si “rovina la vocazione” perché molto semplicemente vuole vivere, vuole sperimentare sentimenti e passioni, vuole godersi la giovinezza.

Angelica Bianca è la cortigiana in cerca di un nuovo e molto ricco protettore, che Valentina Banci ha cinto di elegante maliziosità e di toccante umanità nell’esprimere il vero sentimento d’amore che la pervaderà, dandole un senso di stupore per non averlo mai provato prima.
L’avventuriero Willmore, sempre in scena infaticabilmente, era il più camaleontico dei personaggi. Un uomo che sente le donne al fiuto e deve tenere il proprio naso imbrigliato in una piccola maschera di cuoio che lo assimila a una creatura dagli istinti animaleschi pur se d’aspetto affascinante. È passato repentinamente e incessantemente dal buono al cattivo, dall’onestà di sentimenti alla scaltrezza del profittatore: Willmore è un nobile ma è anche un soldato, è elegante e rozzo, è onesto e subdolo. È un insieme di elementi contrastanti che Stefano Guerrieri ha saputo esprimere con una perizia attoriale da grande scuola.

Attorno ruotava una umanità multiforme – Massimiliano Aceti, Cristina Cattellani, Luca Cicolella, Laura Cleri, Rosario D’Aniello, Irene Paloma Jona, Davide Gagliardini, Viviana Giustino, Nicola Lorusso, Luca Nucera, Salvo Pappalardo, Giovanna Chiara Pasini, Massimiliano Sbarsi, Francesca Tripaldi – dai maniaci ai giovani ingenui, dalle governanti scaltre alle giovinette sfacciate o timide, dai nobili impomatati e viziosi ai fedeli compagni di bravate, agli spiriti focosi pronti a sguainare le spade. Tratteggiati tutti con definizione accurata, con dovizia di particolari caratterizzanti, sia nell’eloquio sia nella gestualità.
In ciò ovviamente guidati dal regista Giacomo Giuntini, longa manus di Aphra Behn in questa straordinaria “giostra”che ha unito lo spessore dell’approccio allo svolgimento scoppiettante, e che – mission quasi impossibile – non è mai caduto in volgarità anche quando gli atteggiamenti erano espliciti. Uno spettacolo appagante sotto ogni punto di vista, denso di contenuti e ha saputo irretire lo sguardo, tenendo sempre viva l’attenzione del pubblico. Un successo corale meritato.
Recensione di Maria Luisa Abate
Visto a Parma, Teatro Due, il 21 marzo 2025
ph. Andrea Morgillo
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